DELLA VIOLENZA, DEL SENTIMENTO
La popolarità raggiunta in Giappone da Kitano Takeshi non ha eguali Occidente, nel senso che nessun artista da noi, all'interno del proprio Paese, ha una fama paragonabile alla sua). "Take-chan" è l'uomo multi-media per antonomasia, onnipresente da anni tramite TV, saggi, romanzi, articoli scritti per ogni genere di rivista e film che interpreta e/o dirige. Per il suo cinema in patria h orfano di fama e di incassi, visto che - come lui stesso fa notare - fino a Sonatine non ha praticamente avuto un pubblico. Invece all'estero (soprattutto in Europa) la sua breve filmografia, ogni titolo della quale ha ottenuto premi nei festival più importanti, entusiasma un nutrito gruppo di cinefili e critici, stupiti dal suo stile inedito e travolgente. Nato nella downtown di Tokyo nel 1947, Kitano sostiene di non aver mai letto libri né visto film fino al periodo universitario. Tra i rari passatempi, lo sport è quello che lo interessa di più: in particolare il baseball, che diventa poi il tema di Boiling Point (Punto di ebollizione). Al terzo anno di ingegneria abbandona l'università e, tra un lavoro e l'altro, forma con Kaneko Kiyoshi un duo manzai (una specie di commedia stand-up all'americana, in cui due comici si scambiano battute su temi sociali).I "Two Beats" - questo è il nome del duo, da cui poi Takeshi eredita il "Beat", che usa come pseudonimo in tutte le sue attività, tranne che nella regia - si esibiscono in vari night club di Tokyo, alternandosi a spettacoli di strip-tease. Tra il pubblico Kitano incontra e "viviseziona" molti personaggi della piccola e media borghesia, che diventano poi bersaglio della sua comicità caustica. Siamo negli anni '70, e il manzai gode di una vasta popolarità; così anche ai "Two Beats" si aprono presto le porte della televisione.
Beat Takeshi diventa in seguito conduttore di numerosi
"variety show": quiz, gare canore, tanti spettacoli basati sulla violenza
fisica, ma anche programmi di taglio più puramente culturale. E' lo stesso Kitano a
idearne le formule e a curarne il montaggio. Ed è sempre lui ad avere l'ultima parola
sulla maggior parte degli aspetti operativi, a cominciare dalle tecniche di ripresa, le
stesse che utilizza oggi per il suo cinema.
Nel frattempo diventa autore di sceneggiature,
saggi, articoli e romanzi. La sua unica opera tradotta in italiano, Ecco perché mi
odiano, é un esempio di come la sua satira raggelante non si mitighi con la
scrittura. Iconoclasta e blasfemo, egli irrompe in ogni istituzione nipponica con un
occhio rivolto al passato perduto del Giappone, utilizza un gergo e un'ironia che non
intendono decorare, ma solo lanciare strali contro chiunque capiti a tiro.
Al cinema, invece, è già arrivato da tempo, almeno come attore. Molti lo ricorderanno nel ruolo del sergente razzista e violento in Furyo di Oshima Nagisa; mentre qualcuno lo avrà anche visto più di recente in Gonin di Takashi Ishii e in Johnny Mnemonic di Robert Longo. E' proprio recitando che egli approda al suo primo film da autore, Un poliziotto violento, sostituendo Fukasaku Kinji, noto autore di polizieschi, che ne pretende inutilmente la piena disponibilità di tempo. Ottenuta la regia del film, Kitano h seguito nell'avventura dallo staff tecnico predisposto per Fukasaku e riceve una sceneggiatura zeppa di dialoghi, secondo le consuetudini del genere. Ma le abituali tecniche di ripresa angolate gli sembrano inadeguate, perché inglobano anche dei particolari inutili all'immagine. Comincia quindi a eliminare il superfluo: le stanze si svuotano delle scenografie, le riprese vengono spesso effettuate in maniera frontale, la musica è utilizzata solo come punteggiatura, gli attori sono resi inespressivi e imperturbabili, i dialoghi, ideati dopo e in funzione delle scene, vengono ridotti all'osso. Il tema slitta sempre più in secondo piano e "clou" del film diventa il pacato amalgama di violenza devastante e frammenti di poesia. La violenza in si viene descritta nel puro contatto, con i pugni, i coltelli e il sangue che vagano tra i corpi, ripresi spesso in una danza "ralenti" accompagnata da un giocoso contrappunto musicale. Il sentimento non viene mai reso evidente, ma h solo percepibile sottopelle, dietro la fredda maschera del protagonista, costretto a una passività inevitabile e tragica. Nei lunghi silenzi si esaspera la tensione che introduce al gesto finale, reso infine per immagini e per omissioni invece che in suoni ed effetti.
Questo "pot-pourri" di sensazioni diventa il linguaggio di quasi tutti i film di Kitano, fino a Hana-Bi, anche se perde parte della grinta iniziale nel suo secondo lavoro, Boiling Point, meno riuscito del precedente ma anche vero prologo di Sonatine, soprattutto nella scelta delle spiagge candide di Okinawa, nel sud del Giappone, dove i personaggi si intrattengono con uguale spirito ludico. Qui è interessante la reiterazione dei moduli narrativi (scene identiche, ripetute consecutivamente o riproposte ellitticamente - non ultime quelle di apertura e di chiusura), con cui il regista rende palpabile la sospensione del tempo dell'attesa. Così come inediti risultano la sparatoria in assoluto silenzio e il "black humour" della scena in cui Uehara taglia il mignolo al suo scagnozzo.
Nel suo terzo film, A Scene at the Sea (Quell'estate, il
mare più calmo), Kitano si concentra sull'amore, con la storia di una coppia di sordomuti
che decide "semplicemente" di percorrere insieme un tratto di vita. Si tratta di
un passo difficile per l'autore, tant'è che butta via i risultati della prima settimana
di lavoro perchè non si riconosce in quanto sta realizzando. Alla fine ne ottiene
tuttavia un racconto lirico e coinvolgente, una divagazione sul tempo e sul suo divenire,
sulla trasparenza dei sentimenti e la tragicità dell'esistenza umana. Le emozioni
divampano nel silenzio, sbirciate in movimenti laterali, qui più numerosi rispetto agli
altri suoi film. La natura e i personaggi si riuniscono in un unico corpo
"inorganico" - termine, come vedremo, caro al regista. Infine, a dare la visione
di affresco, contribuisce la dimensione quasi invariata delle inquadrature e il frequente
uso del piano-sequenza.
A Scene at the Sea passa quasi
in sordina. Il successivo Sonatine consacra invece definitivamente la fama di
Kitano in Occidente. Considerato (fino ad Hana-Bi) il suo capolavoro, il film è un
nuovo "yakuza eiga", girato tra scorci di una metropoli brulicante di violenza e
l'ampiezza di una natura glaciale - nonostante i set tropicali di Okinawa, dove si svolge
la seconda metà del film. Libero dalla schiavitù del copione, Kitano riduce i dialoghi
ad accenni e accresce l'ironia e l'umorismo dei personaggi, sempre più romantici e
violenti. Come in Violent Cop, ciò che mostra è una sfida alla vita, alla ricerca
di una morte da anti-eroe: l'ultima spiaggia dopo un'incolmabile solitudine, che il
regista rende evidente (e insostenibile) dilatando e poi frammentando i tempi delle azioni
e della contemplazione.
Sonatine segna la fine del rapporto di Kitano con la Shochiku, la casa di produzione per cui ha girato anche Violent Cop. Con la Office, Kitano gira invece la sua seconda opera da indipendente. Dispone di un budget molto limitato ed è pressato dalle aspettative che seguono il successo internazionale di Sonatine. Quindi decide di affrontare un nuovo giro di boa e realizza il suo primo film comico, Getting Any? (Lo fanno tutti?), in cui appare brevemente nelle vesti di uno scienziato pazzo. E' una vera e propria chicca. Libero da ogni condizionamento, Kitano si sbizzarrisce in una esilarante satira dei giapponesi, ironizzando sul potere dei media, sulle manipolazioni scientifiche, sui "kaiju eiga" (i film di mostri, tipo Godzilla, di cui fa una spassosissima parodia). Tutto da leggersi al ritmo del manzai.
Nell'agosto del 1994, Kitano resta vittima di un gravissimo incidente motociclistico, in cui si frattura il cranio e subisce una semiparesi al volto. E' uno shock per il mondo dello spettacolo giapponese. Take-chan scompare dagli schermi e si parla di una lunga e faticosa riabilitazione. Lui, intanto, comincia a dipingere.
Il suo ritorno non si fa attendere troppo, così come un nuovo
film. Nel 1996 viene presentato il suo sesto titolo, Kids Return. La grave
esperienza subita lascia una segno profondo nel suo cinema. Cambia di colpo
l'atteggiamento nei confronti della morte: la vita diventa un bene primario e va perciò
vissuta pienamente. Restano le delusioni della solitudine, ma l'amicizia è un legame
nuovo che aiuta nella speranza di sopravvivere. Per questa storia di giovani ragazzi,
Kitano diluisce definitivamente il tempo storico e lo stesso racconto si snoda su tempi
improbabili di andate e ritorni, con un unico flashback posto a corpo centrale dell'opera.
Complice, forse, il peso dato dai media al suo incidente, Kids Return è il primo
dei suoi film a raggiungere un certo successo al botteghino, nonostante anche qui, come in
A Scene at the Sea, egli non vi interpreti alcun ruolo.
Un tale successo con molta probabilità
sarà superato da Hana-Bi, premiato con il Leone d'Oro a Venezia. Seppure più
vicino a Sonatine nei contenuti e nello stile, Hana-Bi è, come Kids
Return, un'opera ricca di spunti autobiografici. E' un nuovo film sulla violenza,
quanto mai stilizzata, sull'amore e sull'amicizia, sentimenti sempre espressi nella loro
sintesi piuttosto che come dinamiche pulsioni dell'animo. Beat Takeshi, di nuovo
interprete nel ruolo del protagonista Nishi, irrompe nelle scene, spesso frontali rispetto
alla macchina da presa, in lunghi primi piani raggelanti: ben differenti dalle angolate
riprese di Tokyo, tese a dimostrare una geometria essenziale, accentuata dall'uso del blu
asfalto. Tra le tante invenzioni stilistiche di questo film stupisce la scena della rapina
in banca, girata in funzione del potere dello sguardo, in una costruzione poliedrica,
disegnata sui personaggi ignari di quanto sta accadendo e che culmina nel "visto
nell'atto di vedere" del monitor della banca. Un incrocio di sguardi e di sensi che
viaggia in parallelo con i quadri-commento delle vicende, dipinti da Takeshi nella sua
convalescenza. Segno di una presenza distante che si fa vuoto e assenza. Commovente.
Maria Roberta Novielli
"Panoramiche" Inverno 1997-98
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