Titolo originale: Sono Otoko,
Kyobo Ni Tsuki
Interpreti: "Beat" Takeshi, Maiko Kawakami, Makoto Ashikawa, Shiro
Sano, Shigeru Hiraizumi, Mikiko Otomashi, Haku Ryu, Ittoku Kishibe
Regia: Takeshi Kitano
Produzione: Hisao Nabeshima, Takio Yoshida, Shozo Ichiyama per Bandai Media
Division, Shochiku-Fuji Company, 1989
Sceneggiatura: Hisashi Nozowa. Rewritten by Takeshi Kitano
Fotografia: Yasushi Sasakibara
Montaggio: Nobutake Kamiya
Musica: Daisuke Kume, based partly on themes by Eric Satie
Durata: 98 min
Presentato al London Film Festival (3 Continents: Asian Section) 21 novembre
1991
Ultima sequenza, prima di un ulteriore epilogo, di un film tutto pervaso dalla cupio
dissolvi. L'inquadratura è un totale di un interno di magazzino, la luce un cono con
la sua base sul lato destro dell'inquadratura e il vertice sul sinistro. A ritmare questa
proiezione materica di luce, tre colonne: dinanzi alla più distante, nel vertice del cono
luminoso, Akari, sorella schizoide del poliziotto violento, fruga un cadavere alla ricerca
di droga. Dalle precedenti inquadrature sappiamo della presenza di Azuma, il fratello,
dietro la seconda colonna. Parte un colpo di pistola, il corpo della donna si accascia.
Azuma inizia a comminare verso la fonte di luce, l'uscita, e la macchina carrella verso
destra, giunge ad inquadrarlo in piano americano, poi in figura media. Un colpo parte dal
lato destro dell'inquadratura, e centra Azuma al capo. L'inquadratura rimane completamente
oscura. "L'uomo non troverà altri valori oltre a quello della morte, questo è
sicuro". Così Kitano.
E' importante saper inquadrare la morte. Kitano freddamente dissemina di cadaveri tutti i
suoi film, epifania dell'indifferenza , malattia della contemporaneità. La sua ossessione
è pertanto la differenza, la possibilità di una sua formalizzazione; vale a dire,
la capacità di individuare un valore e veicolarlo in un testo. Per questo, credo, i suoi
film sono segnati dall'imperturbabilità dei limiti dell'inquadratura rispetto al fuori
campo, o di fronte alla violenza degli atti che si consumano all'interno di quei
confini. Necessità di designare con tanta più veemenza il dato, per farvi
risaltare l'eccezione. Ora, nell'ultima sequenza di Violent Cop, si assiste alla
messa in valore di una morte, dopo la presa di coscienza del decadimento di qualunque
legame sociale, familiare, affettivo. La distanza rende irriconoscibile la vittima,
nasconde l'assassino: ultimo atto di un'intimità ed affetto impossibili. La morte di
Akari è distante, soprattutto da tutte quelle che l'hanno preceduta nel film. "Senza
passeggiate non potrei collezionare appunti né osservazioni". Robert Walser, ironico
passeggiatore, morì camminando.
Dopo aver fatto fuoco sulla sorella,
Azuma riprende il proprio cammino. Il personaggio "Beat" Takeshi, come quelli
interpretati in Sonatine e Boiling Point, ha la propria cifra nella
persistenza del suo agire; persistenza qui espressa nell'inarrestabile camminata,
movimento azzerato in una precedente inquadratura frontale con teleobiettivo: Azuma
cammina, ma verso dove? La risposta si cela nell'inquadratura di quest'ultima sequenza,
uno sparo proviene dalla direzione opposta a quella di Azuma. Kitano potrebbe essere
incluso in un insieme di registi "camminatori", con scarsissimo valore
euristico, in cui includere anche Ioseliani, King Vidor, Jacques Rivette, certo De Sica (o
Zavattini?). Solo per notare la fatica del procedere che li distingue, e il loro carattere
di moralisti. Così come la ritrosia di Kitano verso il mare:
Sonatine e Boiling Point sono due film sul bagnasciuga. Nel mare non si
cammina (tranne qualcuno, forse).
Le ultime sequenze di Violent Cop producono una drammaturgia della luce che in
questo lungo piano giunge a compimento. La luminosità coincide con la morte, cancellando
ogni valore salvifico della luce. Il vestito troppo bianco di Akari, nel vertice del cono
di luce, dinanzi ad una colonna ugualmente bianca; l'inattuale luminosità che emana
Azuma, mentre cammina, e che scompare dopo la sua morte. Ma allora non c'erano sorgenti di
luce, e quella che si pensava un'uscita non esisteva. Non tanto l'oscurità è mortifera,
quanto la giunzione con la luce - vale come predestinazione. Poi, non rimane che
l'indistinzione del buio.
Francesco Pitassio, Cineforum n. 366, luglio/agosto 1997, numero speciale "Quel
che resta nella cornice"