Sonatine

Eat lead sucker!! Titolo originale: Sonatine

Interpreti: "Beat" Takeshi, Aya Kikumai, Tetsu Watanabe, Masanobu Katsumura, Susumu Terajima, Ren Ohsugi, Eiji Minakata
Regia: Takeshi Kitano
Produzione: Masayuki Mori, Hisao Nabeshima, Taiko Yoshida per Right Vision/Right Vision Entertainment, Bandai Visual, Shochiku Daiichi Kougyo, 1993
Sceneggiatura: Takeshi Kitano
Fotografia: Katsumi Yanagishima
Montaggio: Takeshi Kitano
Musica: Joe Hisaishi
Durata: 90 min

Presentato al Festival di Cannes (sezione Un Certain Regard) 15 maggio1993
 
Se non fosse per la pigrizia che ci caratterizza in quanto spettatori occidentali, ci saremmo da tempo resi conto che il cinema giapponese conta un autore in più, il primo dopo un lungo decennio avaro di autentici talenti. "Mi piacerebbe molto fare Okinawa Pierrot. Una miscela dei miei due film. Poi basta con le storie violente" (primavera '92). La dichiarazione è indicativa, al di là del fatto che il film ha cambiato nel frattempo titolo. Intanto, esplicita l'idea di un film che contiene i suoi precedenti, una sintesi dei temi e degli stilemi di un primo ipotetico periodo, prima di passare ad altro (un film in costume sul generale Hideyoshi?). Come Violent Cop, Sonatine è il ritratto di un uomo che non ama se stesso, vuole morire e perciò sa che la cosa più importante è il modo di farlo. Come Boiling Point è una storia yakuza, che finge di accettare tutte le convenzioni del genere per sovvertirle nel profondo. Come A Scene at the Sea è un film sulla durezza del vivere senza sogni. Takeshi, ch'è un'attore straordinario (era il sergente Hara in Furyo di Oshima), presta il suo volto impenetrabile al killer Murakawa, spedito a Okinawa in aiuto a una banda in difficoltà. Quando, a sorpresa, le due bande rivali fanno la pace, lui si ritrova suo malgrado nel ruolo dell'inseguito. Rifugiato si sBoyakkau una spiaggia deserta, assapora scampoli di esistenza scanditi dai ritmi del desiderio, sfiorati dalla grazia di un'impossibile innocenza. Finisce come deve, con un gesto di violenza catartica che riscatta un'intera esistenza sbagliata. E si capisce il riferimento del regista, nell'intervista citata, a Pierrot. Quello di Godard, naturalmente. Sonatine non dice forse nulla di nuovo rispetto ai precedenti film dell'autore, ma lo dice meglio. Talento naturale e spontaneo, Takeshi appartiene alla schiera dei registi che non cercano ma trovano la risposta giusta al momento giusto (come diceva Truffaut): dove mettere la macchina da presa, quale porzione della scena inquadrare, quale distanza conservare rispetto ai personaggi o alla situazione. Sa che conviene soprattutto sottrarre, piuttosto che accumulare. Non ignora che le cose più inattese sono anche le più semplici, che la tecnica è al servizio dell'emozione. Mescola in un blend personalissimo tenerezza e crudeltà, ingenuità infantile e ferocia animalesca. A rischio di apparire cerebrale e manierista, quando invece è rigoroso e generoso, raffinato e popolare nello stesso tempo.
Alberto Barbera - Cineforum n. 324, maggio 1993

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