Titolo originale: Kids Return
Interpreti: Ken Kaneko, Masanobu Ando, Leo Morimoto, Hatsuo Yamaya, Susumu
Terajima, Morooka Moro, Ryo Ishibashi
Regia: Takeshi Kitano
Produzione: Masayuki Mori, Yasushi Tsuge per Office Kitano, Ota Publishing, Bandai
Visual,1996
Sceneggiatura: Takeshi Kitano
Fotografia: Katsumi Yanagishima
Montaggio: Yoshinori Ota
Musica: Joe Hisaishi
Durata: 108 min
Presentato al Festival di Cannes (Quinzaine des realisateur) 11 maggio 1996
(presentato anche al Stockholm's International Film Festival)
Takeshi "Beat" Kitano non è esattamente una
persona simpatica e cordiale. Se non l'avete ancora fatto, andate a comprarvi il suo libro
Ecco perché mi odiano (Bompiani), tanto per rendirvi conto dell'incredibile livore
che anima i suoi interventi polemici sulla società contemporanea. A leggere il press
book, il film - il primo realizzato dal regista dopo il terribile incidente stradale
occorsogli circa un anno fa - dovrebbe segnare sin dal titolo un'inversione di tendenza
dell'autore, a favore di una maggiore disponibilità e fiducia nel futuro.
In realtà, ammesso che esista, il timido accenno di speranza in questione rimane del
tutto ai margini in questo racconto su due giovani amici che, dopo essere discesi nelle
meschinità del mondo della boxe e della mafia, riescono alla fine a ritrovarsi. Quello
che inatti colpisce in Kids Return è l'"odiosa" scortesia, il totale
egoismo che anima i rapporti tra le pesone, un neanche tanto metaforico continuo prendersi
a schiaffi e sputarsi addosso di cui la pratica della boxe, esasperata tra l'altro nei
suoi colpi proibiti, è in fondo una rappresentazione sì più estrema, ma non più
violenta. Alcuni esempi: nel liceo bande di studenti più anziani che umiliano a più
riprese i subalterni; professori senza alcun rispetto per gli allievi che fanno il paio,
in quanto a cortesia, al modo in cui i negozianti, baristi o gestori di cinema porno
trattano gli avventori; istruttori di boxe sprovvisti del benché minimo spirito sportivo,
e così via. Al punto che alla fine non c'è differenza, dal punto di vista
"morale", tra uno yakuza e il preside di una scuola.
Bisogna dunque capire che la logica spietata, l'assoluta mancanza di rispetto e la
freddezza con ui Takeshi vomita sullo spettatore la povertà del mondo che descrive, sono
in fin dei conti la scelta obbligata di un'estetica e di una morale calcolata con
precisione. L'"odio", e poi la "scortesia", sono la misura di un punto
di vista sul mondo perfettamente indirizzato (Kitano non sbaglia una inquadratura). Magari
Kids Return è a tratti un po' prolisso e meno memorabile di Sonatine, ma lo
spirito rimane lo stesso. Kitano usa uno sguardo freddo, asettico, minimale nel suo non
concedere nulla, solo per mostrare senza filtri la violenza e l'ipocrisia che anima il
linguaggio, i comportamenti e le convenzioni dell'uomo giapponese. Caso forse unico di un
cinema da apprezzare per la sua sgradevolezza.
Michele Fadda, Cineforum n. 355, giugno 1996