Hana-Bi

The Japanese Hana-Bi poster, that looks waaay much better that the one Sandrew picked out in Sweden. Titolo originale: Hana-Bi

Interpreti: "Beat" Takeshi, Kayoko Kishimoto, Ren Ohsugi, Susumu Terajima, Tetsu Watanabe, Haku Ryu, Yasuei Yakushiji, Taro Itsumi, Kenichi Yajima, Makoto Ashikawa, Yuko Daike
Regia: Takeshi Kitano
Produzione: Masayuki Mori, Yasushi Tsuge, Takio Yoshida per Office Kitano, Bandai Visual Company,
Television Tokyo Channel, Tokyo FM Broadcasting, 1997
Sceneggiatura: Takeshi Kitano
Fotografia: Hideo Yamamoto
Montaggio: Takeshi Kitano
Musica: Joe Hisaishi
Durata: 103 min
Distribuzione: Istituto Luce

Presentato al Festival di Venezia (Competizione) 3 settembre 1997 (presentato anche ai Festival di Toronto, New York and Göteborg Festivals)
 

Vincitore del European Movie Awards

Vincitore del Sâo Paulo International Film Festival

Vincitore del  Leone d'Oro alla 54 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
 

Ricominciamo da capo. Hana-bi in giapponese vuol dire fuochi d'artificio. E' una terminologia dialettica, che unisce in sé due principi contraddittori: hana letteralmente è il fiore, simbolo della vita, mentre bi rappresenta il fuoco, il fuoco di un'arma da fuoco per esempio, ed è ovviamente simbolo di morte. Takeshi comunque preferisce "creare spazio" tra i due termini, unirli e separarli con una lineetta, un trattino divisorio. Una linea che è anche il vettore di un tragitto, la forza di una contraddizione, certo. Se vi andate a riprendere il «Cineforum» 366 ve lo ricorda anche Francesco Pitassio, nel suo "quadro" dedicato a Violent Cop. Vale a dire: Kitano è sempre stato un camminatore, un personaggio perdente che si muove e si sposta orizzontalmente tra la vita e la morte, lungo la linea che separa la luce dal buio. La sua coerenza e il suo rigore intellettuale sono indiscutibili, e dagli esordi, il suo cinema non è affatto cambiato. Lo schema narrativo del conflitto tra un poliziotto sconfitto e la yakuza, i luoghi (le periferie, il mare), i personaggi (il personaggio di "Beat" Takeshi, prima di tutto) ... : tutto è rimasto più o meno invariato. Il cinema dì Kitano è un corpus unico, e questo, come ricordano i titoli di testa, è il Kitano-capitolo 7, la settima tappa di un itinerario. Quello che è forse cambiato è la forza che passa attraverso questo vettore, definitiva attestazione di un falso cinema di genere che non parteggia né per la vita né per la morte, ma si assesta nella stessa linea che separa i due termini, nel solco in cui si consuma la loro contraddizione. Bad mother
Kitano infatti sa benissimo come tracciare una linea, come ogni vero giapponese che si rispetti sa perfettamente come delimitare l'ordine e la geometria di una scena, i vettori che disegnano una inquadratura. Kitano da buon giapponese sa come rappresentare lo spazio e il tempo. Ma a differenza dei suoi compatrioti è capace soprattutto di individuare il punto in cui lo spazio e il tempo, ordinati perfettamente, trovano la loro deflagrazione. A ben vedere, Kitano è un regista che sa attendere. Delinea un quadro superficiale di una freddezza glaciale, indossa una maschera imperturbabile, apparentemente inespressiva, sulla quale fa irruzione, improvvisa, la forza inarrestabile della violenza. Esattamente in questo consiste lo sfregio del quadro, l'insulto e l'accusa che il regista lancia da sempre nei confronti delle convenzioni della società giapponese, non diverso dal fiotto di sangue che imbratta la superficie dei dipinti (realizzati dallo stesso Kitano) che si interpongono lungo la narrazione. Scoprire poi che questo gesto d'offesa lanciato contro il Giappone contemporaneo viene a coinvolgere lo stesso corpo dell'uomo Kitano (non a caso, regista, sceneggiatore, montatore e interprete) è scoprire la dote che è prerogativa dei più grandi. La sequenza finale, il sacrificio del protagonista consumato sulla linea dell'orizzonte del mare, lo sta a testimoniare. Come dire: Hana-bi è un film che investe la contraddizione del rappresentare direttamente nell'atto di rappresentarsi su un corpo. Perché probabilmente in ciò consiste la grandezza di questo film: nello scoprire, nonostante tutto, una compassione e una traccia di umano all'interno di un quadro disumano (all'interno di una pulsione al suicidio); nel saper rinvenire, dentro il tragitto che separa il fiore dal fuoco, la presenza dell'uomo che continua a camminare e che si dibatte, imprigionato nella linea tra la vita e la morte, alla ricerca di un ultimo e disperato germe di rivolta.
Michele Fadda, Cineforum n. 367, settembre 1997
 

Sempre più lontano, il cinema di Takeshi Kitano, sempre più vitreo nella sua trasparenza emozionale, nel lancinante silenzio della sua maschera - che ora appare forzata, nella sua impassibile illeggibilità, dagli scatti nervosi lasciatigli addosso dal grave incidente del quale "Beat" Takeshi è stato vittima. Sempre più insistito nel cogliere il vagolante incedere di un corpo/personaggio scritto sui nervi prima ancora che inciso nella carne, scolpito col graffiante gioco di polso che forgia lentamente la dura materia delle sue emozioni. Sempre meno disposto a concedere spazio alle sovrastrutture meccaniche della narrazione, essiccato nel suo perdere peso specifico, materia, consistenza, in favore di una dilagante impalpabilità sentimentale. Una tonalità sempre più concentrata nel grigio/blu (fotografico, ma non solo ... ) di un sentire di terra e di acqua, stemperato nel dilavante scorrere di una alienata amarezza, in cui le voragini di violenza, come i rilievi d'umorismo, tracciano una mappa priva di punti cardinali, nel panorama umano.
Hana-Bi, più ancora di tutti i suoi altri film, consegna Takeshi Kitano a un cinema devitalizzato, in cui l'assetto emozionale in sottrazione trova un dinamico equilibrio nella scelta di conquistare spazio a una amarezza che pervade sempre più la sua forma. Nitido e implacabilmente oggettivo nel suo trattenuto e "bressoniano" confrontarsi con gli atti e i motivi dei corpi che lo attraversano, Hana-Bi descrive un universo che spinge il suo personaggio sempre più dentro, in profondità, sino quasi a farlo riassorbire nella materia sensibilmente immota del suo cinema. L'impressione è quella di uno sguardo che cerca spazio e luce, che tende a disperdersi nell'indefinito vuoto di un panorama sempre più rarefatto, lasciandosi alle spalle la compattezza, il peso, la sostanza intransitiva che, per certi aspetti, segnava i primi film di Kitano, il buio sul quale, per esempio, si chiudeva l'esordio di Violent Cop, tagliato da scorci luminosi subito riassorbiti nell'occlusione di un finale totalmente implosivo. Hana-Bi, invece, è un film totalmente aperto, a suo modo libero, per quanto condannato ineluttabilmente a finire, un film che lavora sulla consistenza impalpabile della luce, sulla sua materiale e sostanziale realtà fisica: radiazione elettromagnetica che si fa segno, descrizione che viaggia sul valore di una lunghezza d'onda variabile in un arco compreso tra il visibile e il non visibile della materia. Lo dice il titolo stesso, del resto, col suo gioco di parole tra "fiori" (hana), "fuoco" (bi) e "fuoco d'artificio" (hanabi, appunto), che, nella sua scomposta semplicità, trovata/persa nel breve spazio di un trattino d'unione/disgiunzione, racconta proprio questa astratta commistione di luci e colori, cercata in una rappresentazione fatta appunto di pura luminosità. E lo dicono anche i quadri di Horibe, dipinti in realtà dallo stesso Takeshi Kitano, raffigurazioni di luce/colore sempre più intrise di senso, composte prima da macchie di colore e poi da trame di ideogrammi, nei quali è letteralmente pre-visto e de-scritto il destino (di morte: "suicidio") del protagonista. Hana-Bi è, del resto, un film singolarmente limpido, diafano, rilassato sulla direttrice principale di un atto finale che si (ri)conosce già come tale nel momento stesso in cui si pone in essere: c'è un senso di ineluttabile determinazione che attraversa ogni atto di questo film, una sorta di fondativa consapevolezza del termine ultimo cui è destinato ogni momento di una storia d'amore, amicizia, morte, violenza, disperazione che sorge al tramonto di ogni più intima speranza. Film terminale, certo, perché sin dal principio parla di morte e si connota come un lungo addio: ma alla luce del sole, in faccia al mondo, guardando negli occhi la realtà. Kitano non sembra voler descrivere un'evoluzione psicologica, quanto piuttosto una lineare circonvoluzione del dolore, un concentrico e diffuso vagare dell'inesausto sentimento finale di un cuore che si racconta nel suo si-lenzio. E questa la limpidezza involutiva di Hana-Bi, è questo il costante rotolarsi del film nella parte in luce della sua realtà più oscuramente intima: non c'è necessità alcuna, per Takeshi Kitano, di scrivere o descrivere la tenebra del suo cuore, perché la pone tutta nell'atto fondativo di un cinema fatto per dichiarare alla luce del giorno il senso del dolore.
E infatti Hana-Bi ha una solidità che lo rende stabile al cuore, uniforme nel suo costante dinamizzare il sordo rie-cheggiare di sentimenti dimenticati. Tutto il film sembra (in)scritto in un attimo che è già finito nel momento stesso in cui descrive il suo inizio: presente, passato e futuro sono vettori che hanno già esaurito la loro spinta, lasciando Nishi e il suo corpo privo di animazione. In realtà Hana-Bi è un film esanime, sta tutto in un fuoritempo che sembra destinato a irrompere finalmente nel presente nell'attimo esatto in cui esplodono i due colpi di pistola del finale. 0 forse è interamente scritto nell'arco estatico di quella rappresentazione artistica della realtà che prefigura, raffigura, configura induttivamente o deduttivamente l'evoluzione della storia di Nishi. E in questi dipinti che va forse cercata la ragione della dinamica rappresentativa vaga e astratta del film di Kitano, nel gioco di colori e pennelli che anticipa/posticipa gli eventi, dislocandoli in un tempo che sembra più reale del reale proprio in ragione della loro estetica stilizzazione. Hana-Bi è del resto un film che si muove tutto in questa direzione, in un costante spiazzamento del suo tempo, continuamente slabbrato in squarci che si aprono da un presente/futuro difficilmente identificabile: contemporaneità del dolore, simultaneità del rancore, compresenza di morte e vita, in un continuo gioco di sostituzione tra ciò che c'è e ciò che non c'è più. Sin dalla sincronica rivelazione di morte che invade la vita di Nishi, all'inizio, quando apprende in ospedale l'ineluttabilità della fine ormai imminente della moglie proprio nel momento in cui Horibe viene ferito. 
Tutto il film è davvero un atto unico, una singola funzione emotiva inscritta nel contesto di un dolore non rimandabile: c'è una sostanziale contemporaneità degli eventi, una concatenazione che risponde non ad una semplice sequenza di fatti ma ad una sincronica evoluzione dei sentimenti. Come quando la sirena di una macchina della polizia che si allontana lungo una strada coglie Nishi nello spiazzo dello sfasciacarozze, proiettandolo contemporaneamente nel soprappensiero del doloroso ricordo della morte di Tanaka, ma anche nella determi-nazione dell'atto risolutivo della rapina, che non a caso sarà introdotto sincronicamente poco dopo, con una similare sequenza di immagini e suoni. E questo il tempo del film, la sua stessa sostanza: la contemplazione di un fuori-testo che aderisce con una lineare disinvoltura delle emozioni al vago languore che provoca il tessuto più intimo del reale. Che poi è l'idea stessa dei quadri di Horibe/Kitano, esplosioni di forme, luce, colori, che stanno nel testo senza occuparne la materia, contrappunti astratti in un'estasi rappresentativa che contem-pla dall'interno il film stesso. Assoluta invenzione di libertà, che slega la struttura del film, facendola uscire da se stessa, svincolandola da qualsiasi obbligo materiale, affidandola invece ad una ingenua (priva di malizia) coerenza intima, questione di prossimità con se stessa, di vicinanza al suo lieve gioco. Non semplici oggetti scenici, ma autentiche trame testuali parallele, nelle quali si sviluppano la luce, i colori e le forme del film stesso. Qualcosa del genere incideva già il tessuto di Sonatine, ma in maniera significativamente diversa, perché im-mancabilmente esterna al testo, per quanto fondamentalmente intrecciata ad esso: erano un paio di brevi inquadrature (dei girasoli, i resti di una barca) che seguivano la fine dei titoli di coda, chiusura potente e semplice di un film che per molti aspetti definisce in trasparenza l'evoluzione raggiunta, ora da Kitano in Hana-Bi, dopo la parentesi necessariamente insicura di Kids Return, con il suo insistito languore della memoria, con il sentimento di un tempo perso, con l'amarezza di una estraneità forzata ed esclusiva, dalla quale si è intrappolati ma nella quale ci si trova anche comodamente adagiati. 
Film di adolescenziali dispersioni nel mondo, Kids Return sostanzialmente incompreso perché fondamentalmente comprensibile, in quanto pervaso da un senso di perdita  e poesia infantile, attraversato quasi da una meccanica da cinema muto, dove i corpi dei due ragazzi protagonisti erano funzioni di movimenti senza più presente, dove il tempo quello di un ricordo chiuso in se stesso. Un andamento sostanzialmente diverso dall'evoluzione che il cinema di Takeshi Kitano ha invece assunto: con i suoi corpi di luce, e materia minimale delle sue emozioni, con il gioco limpido e lieve di sagome che aderiscono alla loro storia; come nella geniale sequenza della spiaggia in Sonatine, vagheggiante e dispersiva nel suo astratto languore.
Ecco, Hana-Bi è tutto giocato con la stessa trasparenza di quella sequenza, ma in più mantiene uno spessore materico che ne definisce assolutamente e profondamente la natura. Perché Kiitano contiene tutto in se stesso, nel suo corpo, raccoglie nella sua fibra la potenza stessa della rappresentazione e la controlla con distratta lucidità. Forse per questo Hana-Bi è un oggetto lontano, una specie di vaga emozione che latita da qualche parte, a distanza di sicurezza dalla realtà, in uno spazio di rarefazione circoscritto in un luogo che sarebbe forse bello - o semplice - definire mentale, se non ci si rendesse conto che poi questo film ha la nettezza (chiarezza, ma anche pulizia) di un gesto di piuttosto che la torsione di un pensiero, la precisione di un atto piuttosto che la divaricazione di un ragionamento.
Massimo Causo, Cineforum n. 369, novembre 1997

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